SIAMO TROPPO ABITUATI AL CIELO

È davvero curioso vedere come la nostra mente applichi a ogni espressione un atteggiamento giudicante e separativo e filtri ogni concetto, ogni parola, per metterlo a posto in una casellina del cervello. Ma l’idea che la vita sia solo sofferenza non è altro che un altro concetto, non è così? Che nasce da un fraintendimento: il fatto che nella vita c’è solo sofferenza o che la vita sia solo sofferenza non era proprio la prospettiva del Buddha. Piuttosto il suo ammonimento era «fai attenzione: tutte le esperienze sono destinate ad avere una fine. Nel bene e nel male. Perché questa è la nostra condizione. Se ti ci attacchi troppo e non accetti che le cose funzionano così, finirai per starci male».
Ma non era uno stare male “preventivo”. Non vuol dire buttare via o considerare inutili tutte le esperienze positive e gioiose perché tanto finiranno male. Non si tratta di questo. Gotama non era per nulla interessato a diffondere teorie assolute e immutabili sulla natura della vita e dell’universo. Piuttosto, il suo era un approccio pragmatico e terapeutico. Il focus è sempre sul «come funziona», non sul «cosa è».
 
E da qui si parte per un percorso anche se le piste sono tutte aperte, in un certo senso. E, soprattutto, ciascuno ha la propria. In questo momento sono felice? Bene, è così. Oppure, al contrario, sto vivendo un momento difficile? Anche in questo caso va bene così. È quello che è. Il punto è cercare di non volere a tutti costi che sia diverso da così. È la prospettiva che cambia. Il nostro modo di guardare all’esperienza che stiamo facendo. Lasciando che sia, senza cadere nel tranello del giudizio, dell’aspettativa, dell’interpretazione. Che sia un’esperienza positiva o negativa, avrà fine. E qui sta la nostra grande libertà, la grande possibilità di scelta su come vivere l’esperienza.
 
In questa apertura sta un altro genere di gioia, di felicità, che è la gioia più intima del lasciar andare per un istante quelle catene che ci tengono legati allo standard che abbiamo impostato per noi stessi. Ci sono alcuni versi tratti dal De Rerum Naturae di Lucrezio, il poeta latino, che illustrano con molta efficacia questo modo di guardare alla vita con un senso di apertura e con la capacità di lasciarci stupire con genuinità da ciò che accade. Una genuinità “porosa”, un lasciarsi contaminare da ciò che accade e diventare uno solo con ogni cosa, realizzare l’unità. Scrive Lucrezio:
 
«Non c’è nulla di ciò che esiste così grande e meraviglioso che col tempo l’uomo ammira sempre meno: il blu puro dei cieli e tutto ciò che in essi risplende, le stelle erranti, la luna, la luce del sole, brillante e sublime. Immaginate se questi venissero mostrati agli uomini, in questo istante, per la prima volta, improvvisamente e senza preavviso. Che cosa potrebbe essere dichiarato più meraviglioso di questi miracoli tanto che nessuno prima aveva osato neppure credere che potessero esistere? Niente. Nulla potrebbe essere tanto notevole, così meraviglioso sarebbe lo spettacolo. Ora, però, le persone difficilmente alzano gli occhi per guardare i cieli scintillanti. Sono così abituati al cielo».
 
Stefano Bettera

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