Namaste: il suo profondo significato

Tante persone non comprendono il pieno significato di questa parola usata nello Yoga e spesso la considerano poco utile ai fini della pratica. Ma non è affatto così.

ETIMOLOGIA e USO TRADIZIONALE

Il termine NAMASTE è antichissimo e fa parte della cultura indiana. Si usa per mostrare rispetto e umiltà, specie se unito a un inchino e al gesto Anjali Mudra (palmi delle mani unite davanti il petto). Queste qualità sono alla base della filosofia dello yoga e della cultura indiana.

I principi di riverenza e trascendenza dell’ego sono incarnati nell’etimologia del termine. La parola NAMASTE deriva da NAMAS (ovvero “io mi prostro”) e TE (ovvero “a te”). In Occidente invece è spesso tradotta come “saluto la divinità che è in te” ma è decisamente diverso. Prima di tutto viene aggiunto il termine “divinità”, sotto-intendendo che ci siano altri parti che non stiamo salutando. E poi viene usato “saluto” che rende il significato molto più semplice e leggero. Infatti, quotidianamente salutiamo l’altro ma ciò non implica la prostrazione verso quella persona.

È una modifica comprensibile, in quanto in Occidente vediamo la supplica o l’inchino in maniera strana o come fosse una sorta di auto-eliminazione del sé. In realtà queste tradizioni orientali hanno significati molto più profondi e la nostra interpretazione è solo il segno di una mancata consapevolezza. Di conseguenza, traducendo o modificando il termine NAMASTE per renderlo più occidentale, non facciamo altro che snaturarlo del suo significato e potere.

L’UMILTA’ DEL GESTO

Per comprendere pienamente il gesto dell’inchino, è importante capire che per tante culture nel mondo non è un ridimensionamento del sé ma un riconoscimento dei propri limiti e dell’inferiorità dell’ego. Quando ci inchiniamo, stiamo dicendo non solo agli altri ma anche a noi stessi “Mi rendo conto che le parti di me con cui mi identifico e di cui sono fiero, sono inferiori al divino…”

Ciò cambia totalmente il modo in cui vediamo normalmente noi stessi. In Occidente siamo molto attaccati all’ego e tendiamo a mettere in mostra alcune parti di noi di cui siamo fieri ma al tempo stesso minimizziamo o nascondiamo altre parti che ci imbarazzano. Gli Yogi e i fondatori di molte tradizioni spirituali si sono resi conto che questa prospettiva distorce la visione di noi stessi, e ci impedisce di connetterci realmente con l’altro. In poche parole, quando interagiamo con gli altri lo facciamo solo attraverso il nostro ego, concentrandoci sul meglio di noi e vedendo solo il peggio negli altri e ciò ci fa sentire superiori o migliori.

 

Quindi, quando ci prostriamo all’altro, invertiamo totalmente questo circolo. Dobbiamo riconoscere il fatto che il nostro bagaglio e orgoglio ci impediscono di connetterci davvero con l’altro e abbandonarlo. Quando diciamo NAMASTE lasciamo andare l’attaccamento al nostro ego e onoriamo l’altro come lui/lei sta facendo con noi, riconoscendo sia la sua parte umana che quella spirituale.

PERCHE’ LA VERSIONE OCCIDENTALE È SBAGLIATA

Con la traduzione usata in Occidente alteriamo il significato della parola. Infatti, aggiungendo la frase “il mio Divino saluta il tuo Divino” ne cambiamo il senso. Anche usare “saluto” invece di “mi prostro” toglie totalmente l’elemento di umiltà basilare in questa antica espressione. Infine, dicendo “il mio Divino” aggiungiamo una sorta di auto-ingradimento del sé che non solo non c’è nella formula originale ma va contro il significato della frase. Invece di riconoscere i nostri limiti, ci stiamo soffermando sulle nostre parti migliori o quasi divine. La trasformiamo nell’ennesima celebrazione dell’ego.

In conclusione, quando usiamo la parola NAMASTE dobbiamo capirne il profondo significato, senza alterarla per renderla più vicina alla nostra visione. Altrimenti non solo la usiamo senza una piena comprensione, ma non stiamo comprendendo una delle verità più essenziali dello Yoga.

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